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mercoledì 20 aprile 2011

Death in Venice - Cinema su Persinsala

Suggestioni British per la trasposizione operistica di Der Tod in Venedig di Thomas Mann, firmata da Benjamin Britten, in scena alla Scala di Milano. John Graham-Hall da standing ovation.

L’opera lirica non è solo melodramma. Per quanto tale affermazione possa sembrare scontata, in realtà il pubblico nostrano è sempre un po’ restio ad abbandonare, per una sera, le arie ormai note, optando per un autore straniero e, per di più, contemporaneo (sebbene Benjamin Britten sia deceduto nel 1976). Se a tutto ciò ci aggiunge la scelta del compositore di privilegiare, per il tenore, il recitativo accompagnato dal pianoforte (un John Graham-Hall semplicemente perfetto nel ruolo di Gustav von Aschenbach) perché, attraverso i suoi lunghi monologhi, possa dispiegarsi appieno la materia filosofica (l’eterno conflitto tra razionalità e passione, ragionevolezza pura apollinea contrapposta al sentimento ebbro di sé dionisiaco) che il testo sottende; ebbene, ecco che la proposta della Scala può sembrare davvero ostica, soprattutto ai cultori del melò.

Peccato. Perché Death in Venice è, al contrario, un gioiello. Da ammirare, sapendo però che è doveroso dedicare attenzione a ciascuna sfaccettatura, prima di poterlo giudicare nel suo complesso.

Innanzi tutto, le scelte registiche dell’eccellente Deborah Warner, coadiuvata ottimamente, per le scene, da Tom Pye e, per i costumi, da Chloe Obolensky, e supportata dalle doti d’interprete di Graham-Hall. Il tenore infatti – sottoponendosi a un autentico tour de force attorale e canoro – si muove all’interno di una scenografia essenziale, raffinata, che restituisce appieno le atmosfere dell’epoca senza appesantire il palco con un’accozzaglia di orpelli e oggetti di scena. Al contrario, grazie al sapiente gioco di luci (di Jean Kalman) e colori, basta un uomo con in mano un bastone che finge di remare e Aschenbach, seduto, che si dondola lateralmente e si deterge la fronte con un fazzoletto, per ritrovarsi immersi nella torrida calura lagunare estiva. Le scene d’insieme e le esecuzioni corali, perfettamente orchestrate, sanno restituire con naturalezza la confusione delle calli affollate dai turisti, le bravate gaudenti dei giovinastri in viaggio per mare, il cicaleccio insulso delle conversazioni dei villeggianti – tratteggiate con fine ironia dal librettista, Myfanwy Piper.

Oltremodo pertinente anche la scelta di Britten di trasformare Tadzio nell’immagine stessa della bellezza, facendo interpretare questo ruolo – così delicato – a un danzatore che, per sua natura, non ha parola ma è movimento allo stato puro – in un spazio delimitato ma non limitante, grazie anche alla scelta coreografica e registica (rispettivamente, Kim Brandstrup e, ancora, Deborah Warner) di trasformare, a tratti, la danza in un teatro d’ombre, dove le silhouette di Tadzio e dei suoi compagni di giochi raggiungono un’autentica purezza estetica: quasi arabeschi tratteggiati su un foglio bianco (simili nell’essenziale bellezza e dissimili nella realtà oggettiva dai tratti coi quali lo scrittore si esprime sulla carta).

E ancora, il gusto tipicamente British ma perfettamente pertinente (dato che questa è Death in Venice di Benjamin Britten e non l’originale racconto di Mann né la trasposizione cinematografica di Luchino Visconti) che dona quel tocco inconfondibile (un po’ alla Edward Morgan Forster) fatto di soffici mussoline; rimandi alle disquisizioni in stile Oxbridge, da Socrate all’amore platonico tra maestro e discepolo; turisti in stile Baedeker; e, per sfondo, quell’Italia mediterranea, torrida, malsana, cenciosa e sublime di tanta letteratura inglese (e non solo).

Spettacolo assolutamente imperdibile con l’avvertenza di non aspettarsi arie orecchiabili o rime prevedibili. Qui il cuore non fa rima con amore.

Unici appunti a una serata perfetta: la mancanza di educazione del pubblico milanese, ormai avvezzo ad andarsene a scena aperta, mentre gli artisti stanno ancora ringraziando per lo scroscio di applausi più che meritati. E, secondo, la presenza di pochi giovani. La Scala è un patrimonio di noi tutti e la sua direzione sta facendo notevoli sforzi (soprattutto in questi tempi di tagli al Fus) per offrire spettacoli imponenti come questo anche al modico prezzo di 12 Euro. Difendiamo il nostro teatro lirico nell’unico modo in cui possiamo farlo: frequentandolo. Forse scopriremo che l’opera non è un genere per pochi o per anziani borghesi, né si esaurisce nel melodramma ottocentesco.

Lo spettacolo continua:
Teatro alla Scala
Piazza della Scala – Milano
(Biglietteria: via dei Filodrammatici 2)
fino a sabato 19 marzo, ore 20.00
(biglietti da 12 a 187 Euro)
Death in Venice
(Nuovo allestimento)
di Benjamin Britten
libretto di Myfanwy Piper
basato sul racconto Der Tod in Venedig (La morte a Venezia, 1912) di Thomas Mann

Direzione:
direttore Edward Gardner
regia Deborah Warner
scene Tom Pye
costumi Chloe Obolensky
coreografia Kim Brandstrup
luci Jean Kalman

Personaggi e interpreti:
Gustav von Aschenbach, il romanziere: John Graham-Hall
Il viaggiatore/Il bellimbusto attempato/La voce di Dioniso: Peter Coleman-Wright
La voce di Apollo: Iestyn Davies
La madre di Tadzio: Anja Grubic
Tadzio: Alberto Terribile
Le sorelle di Tadzio: Camilla Esposito e Arianna Spagnuolo
La governante: Marinella Crespi
Jaschiu, l’amico di Tadzio: Jacopo Giarda
Il facchino dell’albergo: Peter Van Hulle
La venditrice di fragole: Anna Dennis
La guida turistica: Charles Johnston
I suonatori ambulanti: Anna Dennis e Donal Byrne
L’impiegato inglese all’agenzia di viaggio: Jonathan Gunthorpe
Il vetraio: Richard Edgar-Wilson
La merlettaia: Constance Novis
La mendicante: Madeleine Shaw
Il cameriere del ristorante: Benoit De Leersnyder


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domenica 10 aprile 2011

Death in Venice - Del Teatro

L'eclettismo intelligente e vorace di Benjamin Britten, ma totalmente ancorato al sistema tonale, quindi ben lontano dai rigorismi formali della dodecafonia, è forse l'origine della scarsa considerazione che la critica italiana del Novecento ha avuto nei suoi riguardi; e di conseguenza nei teatri italiani le sue tante opere (17) sono davvero state poco rappresentate, soprattutto nel suo massimo "tempio" lirico di Milano: Peter Grimes, certamente nel 1976, anche ripetuto, un casuale Albert Herring alla Piccola Scala nel 1979 (in italiano, tradotto da Cozzi e Patanè), poi, credo quasi più nulla. Si pensi che questo capolavoro, Death in Venice, presentato alla Fenice di Venezia nel settembre del 1973, anno della sua composizione, giunge soltanto oggi per la prima volta alla Scala.

Quindi onore a Lissner e ai tanti suoi meriti (che oggi si tenta di contestare). Colgo l'occasione anche per omaggiare Bruno Bartoletti, uno degli interpreti italiani di Britten più fedeli e capaci da sempre, e ricordarne la splendida direzione di questa opera al teatro Carlo Felice di Genova nel 1999, con scene e regia di Pierluigi Pizzi, riprese poi nella stagione invernale del 2001/2, grazie all'acume di Cesare Mazzonis, nel teatro del Maggio Musicale fiorentino.

È storia nota, Britten e il suo compagno di vita, il tenore Peter Pears, pensavano da tempo alla fine degli anni Sessanta di mettere in scena il celebre romanzo che Thomas Mann aveva scritto nel 1912 (lui, comunque, trentasettenne) La morte a Venezia, adombrante il conflitto tra arte e vita, tra ragione e senso, tra regole morali e libertà degli istinti, tutto in chiave di lettura decadentistica. Nello stesso tempo però un compositore vicino ai sessant'anni (morirà a 63) e un regista che gli ha superati da quattro, Luchino Visconti, pensano allo stesso soggetto. Visconti esce per primo col suo film, nel 1971; Britten, per problemi di diritti, ma anche per motivi di salute, termina l'opera nel 1973. Non vorrà mai vedere il film, seccato che si potesse pensare a qualche influenza. Ma se accostiamo il film di Visconti all'opera di Britten il motivo non è solo perché nascono dallo stesso soggetto, ma perché, rispetto al romanzo e alla sua congelata omoerotia - che traveste letterariamente e lecitamente un indirizzo in una conflittualità tra arte e vita in tutte le sfaccettature che si vogliano annettere, inclusa la ben nota ipocrisia di Mann - un'identica condizione vi è sottesa, anche se primaria (mentre nel romanzo le istanze appaiono più puritane, più repressive compreso un vagheggiante senso di colpa) quella della vecchiaia, della morte e di un desiderio che non può trovare appagamento veruno se non nella morte.

Se Visconti, dimesso l'"ideologia realista" si getta del tutto in una magnifica e, diciamo pure anche un po' Kitstch, realizzazione di alto manierismo e decadentismo, e riveste il suo Aschenbach di suoni acconci, Mahler soprattutto e Bruckner, obliando il futuro Leverkühn (Doktor Faust), l'operazione di Britten è più personale, meno legata ai riferimenti culturali dell'epoca, nonostante che lui si sia sempre servito di testi e di autori letterarissimi, basti pensare a James (Giro di vite) o a Melville (Billy Budd), il cui librettista, ricordo, era Auden. Aiutato dalla fedele Myfanwy Piper, ricava dal breve romanzo manniano, un libretto in due atti; e se nel primo atto, la scoperta dell'amore si chiude con un illusorio I love you, che segue l' accorato Ah dont't smile like that, che Ashenbach/Britten vorrebbe dire al suo Tadzio, il secondo atto si chiude in tragedia , entrambi, il vecchio e il giovane, a terra sulla spiaggia: solo che il ragazzo si riprende, dopo una lotta con un coetaneo, ed entra in acqua, mentre Ashenbach muore con sulle labbra il soffio di Tadzio.

Tra il primo e il secondo atto è l'epidemia di colera che investe la Serenissima a suggellare simbolicamente dove porterà quel desiderio insano, insano perché impossibile, anche se nutrito di sogni e di intenzionalità creative, non perché colpevole. Ma la grandezza di Britten è, naturalmente, la novità e la bellezza stregante, avvolgente della sua musica, perfino nei suoi minimali pianissimi, con echi che vanno da Stravinskij a Verdi, da Mussorskij a Berg (penso all'episodio col barbiere), all'uso magnifico di una strumentazione che varia a secondo i soggetti: per esempio, percussione, arpa e pianoforte seguono il declamato lirico di Aschenbach, mentre Tadzio e i suoi amici sono connotati dai suoni del gamelan di Bali.

Insomma una musica che incanta e su cui vorrei poter dire di più, come desta ammirazione questa straordinaria regia di Deborah Warner, indubbiamente la più bella che abbia mai vista della difficile Death in Venice, i cui cambiamenti di scena obbligano a soluzioni inventive ingegnose. Basta pensare con quale abilità e pochi oggetti riesca a rendere gli splendori Belle Epoque dell'Hotel des Bains, e gli struggenti episodi dei giochi di spiaggia, e i miasmi delle calle veneziane.

Al successo ha contribuito il bravissimo protagonista, il tenore John Graham-Hall, al contempo ambiguamente von Ashenbach e Britten stesso, e quel che conta magnifico attore e cantante. Il resto della compagnia non era da meno: la smagliante direzione del giovane Edward Gardner, le stupende coreografie di Tom Pye, la bravura del ballerino Alberto Terribile, allievo sedicenne della Scuola di ballo scaligera, e di tutti tutti gli altri, troppi per citarli uno ad uno. Quindi un grande successo.

P.S Una piccola osservazione riguardo alla traduzione, vista e rivista: novelist in inglese non è novelliere, che si dice story-teller casomai, ma romanziere (infatti novel vuol dire romanzo).

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di piero gelli

(13:18 - 13 mar 2011)


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giovedì 7 aprile 2011

Alla Scala trionfa Death in Venice - ANSA.it

Alla Scala trionfa Death in Venice (ANSA) - ROMA, 6 MAR - A quasi 40 anni dalla sua composizione 'Death in Venice', di Benjamin Britten, e' approdata alla Scala e ha strappato un trionfo. Nove i minuti di scoscianti applausi e una vera ovazione per il tenore John Graham Hall, che si e' rivelato un degnissimo sostituto di Ian Bostridge. Molto applauditi anche il giovane ballerino Alberto Terribile e il maestro britannico Edward Gardner. © Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati E' il secondo mandato Onu per operazioni dopo quello missione Deputato Pid: no a dietrologie su mia nomina a ministro Quinto giorno di proteste nella citta' del sud del Paese Cia, rete idrica Italia e' un colabrodo, specie nel Mezzogiorno Capo Stato: Italia interviene su prescrizioni Carta Onu Preoccupati per confusione esecutivo, premier riferisca a Camere Latticini colorati alla mensa dei bambini Ma servono piu' incoming, al via iniziative per promuoverli Anche il Nasdaq cede lo 0,01% ''Lascero' solo dopo formazione di istituzioni democratiche'' Topnews Cronaca Politica Economia Mondo Calcio Sport Cultura Scienza Internet Spettacolo Cinema English

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